Renato Guttuso scriveva...


Caro Marco,

    Un' ottobrata romana è una gioia che qualche forestiero ha avuto la buona sorte di gustare, però solo chi vive a Roma e soffre il sole di ferragosto e l'umidità di Novembre, capirà quando gli dico che io tutti gli altri mesi li sopporto, tanto so che poi arriverà ottobre. Di ottobre mi fido, perché ottobre non tradisce mai, ristora il corpo con una temperatura ideale che non gli fa violenza, e ristora lo spirito con il tripudio dei colori rubati alle facciate del centro storico, dal ruggine al marrone, dall'ocra dorato alla terracotta.


    Così mi fido di te, Marco Orsi pittore: tu sei per me come un' ottobrata romana, la tua esistenza di uomo e di artista mi rassicura. Seppur distratti e affannati dal ritmo di vita incalzante e nevrotico al quale non riusciamo a sottrarci, sappiamo che se anche ti perdiamo per un po’ di tempo di vista tu però ci sei sempre, con coerenza unica, e ci accompagni da trent'anni con la tua pittura che è ormai diventata un punto di riferimento costante. Questa tua presenza culturale ci ispira calma e serenità, perché ogni volta ci nutre di apporti attenti e puntuali, da artista completo che vive pienamente il proprio tempo e che ci rimanda con la freschezza d'una cronaca o di una fotografia istantanea le istanze che ci premono dentro.


    E' vero che tu non ci sorprendi, non ci sgomenti, non ci anticipi e non ci provochi, come fa chi sperimenta sentieri nuovi: cioè, non è l'avanguardia il drappello di cui tu fai parte. E allora? Questa è una vecchia annosa questione. Perché se è vero che c'è bisogno d'avanguardia (disconoscerne il ruolo sarebbe suicida), è però anche vero che c'è anche bisogno di chi come te non presume di dire cose mai dette, né si lascia influenzare ansiosamente da correnti, mode e modi effimeri. Tu molto semplicemente, ma con quanto duro impegno, rivanghi terreni apparentemente sfruttati (impressioni, espressionismo) col vecchio solido utensile del figurativo. Il quale figurativo ogni tanto sparisce e poi sempre ricompare, come se riaffiorasse dal nostro inconscio, e questo gioco d'aderenza alla realtà e successivo rifiuto d'essa altro non è che il dipanarsi stesso della storia dell'arte.


    A me pare che gli storici dell'arte non siano più gli unici a poter storicizzare questo processo, e che si gioverebbero di apporti psico-analitici. Solo gli psicoanalisti arriverebbero forse a dirci perché a volte abbiamo bisogno del figurativo nella rappresentazione, ed altre volte ne rifuggiamo, riducendo l'immagine a molecole infinitesimali e parcellizzate. Forse perché entrambi sono portatrici di verità? Eppure anche l'indagine psicoanalitica non arriverebbe mai a dirci il perché dei colori, perché essi sono uomini di scienza, e non pittori. E allora noi pittori siamo soli con noi stessi, le nostre scelte, le nostre tele, i nostri pennelli.


    Però non rimaniamo soli se quello che diamo con la nostra opera suscita intorno a noi consensi, appoggi, incoraggiamenti, adesioni: come è successo a te, Marco.


    Sei venuto dal Nord portandoti dietro la tenacia lavorativa della tua terra, il Monferrato: sei un altro dei Piemontesi che hanno fatto Roma. Speriamo che tu non sia l'ultimo, perché se è vero che i Piemontesi hanno costruito i Ministeri, è anche vero che hanno tracciato le prime larghe arterie che sono rimaste anche le sole nelle quali si possa circolare in automobile al Centro storico. Danno e utilità, al tempo stesso però comunque presenza pragmatica, attiva, realizzatrice di fatti con poche parole, apporto insostituibile alla pigrizia romana. E come non riconoscere in te le qualità di duro, costante, affidabile lavoro proprio della tua gente ?


    Altri e ben diversi sono i Barbari calati dal Nord, che in pittura hanno tracciato una linea in diagonale sul foglio e poi hanno insultato la Capitale perché non riconosceva in quell'opera, un capolavoro. Ma tu non ami il «bluff» e non fai il furbo. Tu non sei un barbaro, ma civilissimo cittadino romano e del mondo nella completezza della tua opera, che ti vede toccare sia il campo religioso (mirabile la Pietà, mosaico di virgole di colore sussultanti tutto il dolore del mondo), sia la sessualità più sfrenata, sia lo sport (da te giustamente inteso come nuovo Dio pagano del nostro tempo libero), sia la tecnica (che tu senti come nuova Dea pagana che erige a sé stessa monumenti che saranno additati ai turisti del futuro).


    Molto mi sono piaciute le autostrade. C'è un racconto di Italo Calvino in cui due innamorati per incontrarsi percorro­no in macchina due strade parallele che non s'incontreranno mai, come le corsie delle tue autostrade. E' la stessa solitu­dine che tu denunci quale altra grande protagonista dei nostri tempi, in quei tuoi riquadri sulle autostrade in cui cia­scuno di noi è inquadrato nel ristretto ambito della propria personalità, della propria esperienza, dei propri bisogni e dei propri sogni, e pur tuttavia proiettato verso una possibilità di apertura, di conoscenza, d'arricchimento, di vita.


    « Andando se hace el camino ». Camminando ci si apre la strada.


    Bella la tua gioiosità infantile nella serie delle cupole russe. Hai trovato un segno che ti incantava, la cupola, e lo hai ripetuto finché non ti sei stancato di esplorarlo: e non è la stessa cosa che ha fatto il Borromini in San Giovanni in Laterano, inventando il capriccio barocco dell'angioletto con tre, quattro o cinque ali? Ogni volta che guardo quegli angioletti, penso a quanto deve essersi divertito a inventarli ogni volta simili eppur diversi. Perciò tu, quando i soliti saccenti ti diranno: « Un artista o è illegale oppure non è », volendo essi per forza trovare in ogni opera lo sforzo tremendo di aver sovvertito le regole esistenti, potrai anche rispondere: « Un artista o è gioioso oppure non è », perché la lotta non può essere continua, e deve pur esserci il momento d'approdo ad una gioia pura, ingiustificata e gratuita.

 Bella la bocca femminile con i sette rossetti (chiarì simboli fallici). Bella perché ambigua, e l'ambiguità è propria della opera d'arte, perché pone interrogativi senza risposta: è sempre lo stesso rossetto che ha (beato lui) la possibilità di far sua quella bocca ben sette volte, o non sono piuttosto sette rosetti implacabilmente rivali tesi alla conquista dell'unica femminea bocca? Tu hai compiuto l'operazione inversa a quella di Gabriele d'Annunzio, che passeggiando a Villa d'Este a Tivoli, sentiva e vedeva nelle Cento Cannelle « cento femminee bocche ». A te, meno eccessivo del grande poeta di bocca ne basta una, ma di quale qualità. Potresti mandare a dire a D'Annunzio che il problema non è quello di avere cento bocche di donna, ma la sola bocca giusta. Mi piacciono i tuoi colori, irruenti, generosi, torrenziali. Perché può sembrare che in te sia determinante l'impalcatura disegnativa (come nelle corse dei cavalli o nelle edicole dei giornali), mentre invece tu appena puoi ti liberi volentieri da ogni rigidità grafica e ti lasci invadere dalla materia pittorica, dalla luce che impasta di toni caldi la tua tavolozza e arriva a noi con la solarità d'una ottobrata romana.

    Siamo così giunti al punto di partenza. Ma certo tutto su di te non è stato detto. La tua veramente ardua ricerca di movimento in « Lancio del disco » e « Basket », la tua capa­cità di sintesi in « Calabria crudele e romantica », la tua vena di narratore antico e popolare in « Lo Zodiaco », la tua sensi­bilità storica in « Sigismondo Pandolfo Malatesta », la tua ri­cerca iconografica in « Basket », la vena dissacrante in « I volti della politica », il tuo idillio con la natura in « L'albero della pace », la tua fraterna immedesimazione in « Lavoro dei campi eterno problema », il tuo sdegno morale in « Le fosse Ardeatine », tutte queste sfaccettature dell'uomo e dell'artista arrivano a noi come testimonianza di una presenza, la presenza di Marco Orsi, di cui non sapremmo più fare a meno e dal quale molto ci aspettiamo in futuro.

Renato Guttuso


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